BREVE CRONISTORIA DELLE MINIERE DI MONTEVECCHIO E DEI SUOI PROTAGONISTI dal 1840 al 1933

di Elvio Pani


La scoperta e la coltivazione, in modo continuativo, delle Miniere di Montevecchio avviene intorno al 1840 ad opera di un pastore di Arbus, certo BATTISTA MARTINO, che al seguito del suo gregge di capre vide per la prima volta affiorare dal terreno queste pietre luccicanti che abbagliavano la vista.
Casualmente un giorno, mentre pascolava, incontrò nei pressi di Montevecchio un prete di Guspini, GIOVANNI ANTONIO PISCHEDDA TERZITTA, originario di Tempio e gli mostrò quanto aveva scoperto; il prete era figlio di un commerciante di pelli e sughero che svolgeva la sua attività nel territorio del Campidano.
Prete Pischedda, che era più incline alle cose terrene che alla salvezza delle anime, incominciò a scavare queste pietre e raccoltane una certa quantità le fece esaminare, avendo la conferma che da quei sassi della montagna avrebbe potuto lucrare un po’ di quattrini.
Eccitato da quel ben di Dio, si recò a Marsiglia per mostrare la “Galanza“ e vedere se era possibile il commercio della stessa ma soprattutto per trovare qualcuno disposto ad investire i suoi capitali per l’estrazione del minerale; infatti, durante il suo soggiorno a Marsiglia incontrò la persona giusta, un giovane commerciante di appena 25 anni, che era esperto di commercio ma anche di affari minerari, questo giovane rispondeva al nome di GIOVANNI ANTONIO SANNA, che non si lasciò sfuggire l’occasione, strinse stretti rapporti col sacerdote, perché aveva visto in Lui, o meglio, su quanto gli proponeva, la possibilità di risolvere i suoi problemi finanziari.
Giovanni Antonio Sanna, era di Sassari, figlio di un avvocato, si era trasferito da qualche anno in Francia in cerca di fortuna, come molti altri sardi e faceva l’agente di Commercio; aveva sposato nel 1840 una giovane spagnola MARIA LLAMBI che due anni dopo le diede la prima figlia IGNAZIA.
Il Pischedda si spacciava per concessionario di diverse miniere sarde, invitò il Sanna a partecipare alla sua impresa e gli chiese aiuto per formare una società di capitalisti che fossero disposti a investire in questa iniziativa, infatti di li a poco venne costituita in Marsiglia una prima società italo-francese per la coltivazione e l’estrazione del piombo e ferro nelle miniere di Montevecchio nei territori di Arbus e Guspini in Sardegna.

Il capitale di cui disponeva la società si esaurì molto presto e si rese necessario trovare altri soci e altri denari per l’estrazione del minerale, cosa non facile in quanto la concessione della miniera era limitata nel tempo ed occorreva avere la concessione dal Governo italiano per almeno cinquant’anni.

Incominciò dunque una vera e propria rincorsa all’ottenimento della concessione, che, finalmente dopo mille peripezie venne rilasciata a determinate condizioni e cioè: “Il prete doveva uscire dalla Società, in quanto la condizione di ecclesiastico non era compatibile con tale attività, i capitalisti dovevano essere esclusivamente italiani e il capitale non doveva essere inferiore a lire cinquecentomila”, come gli venne annunciato dal Ministro degli affari generali per la Sardegna Di Villamarina con dispaccio del 15 Ottobre 1846.

Il Sanna non si perse d’animo, liquidò subito la società già costituita in Marsiglia nel 1844, diede al Pischedda, che accettò, un rimborso per le spese sostenute e ricompensò la sua opera con 90 delle 1200 azioni della nuova società, che andò a costituire con capitalisti tutti italiani.
Finalmente il 28 Aprile 1848, il Re Carlo Alberto firmò la concessione in perpetuo a nome di Giovanni Antonio Sanna, che da quel momento divenne il Padrone delle Miniere di Montevecchio per l’estrazione di piombo e ferro ematite nei territori di Arbus e Guspini in Provincia di Iglesias, riservandosi il diritto di maggior azionista della società e ne diventò ispettore generale, con tutti i vantaggi che ciò comportava...

Giovanni Antonio Sanna, una volta ottenuta la concessione, si circondò di esperti minatori, provenienti principalmente dalla Germania e dal Piemonte e assumendo per i lavori più pesanti maestranze dei paesi vicini, incominciò subito a produrre e vendere la Galanza, e ben presto divenne “ricco sfondato“, come gli scrisse in una lettera il suo cognato Francesco Matteo Loriga, che seguiva gli affari di famiglia.
Ma proprio questa sua improvvisa ricchezza scatenò l’invidia di molte persone, a cominciare dagli ex soci, compreso Prete Pischedda che lo accusava di averlo turlupinato e lo costrinse ad una azione giudiziaria che durò moltissimi anni e si protrasse, ad opera degli eredi, anche dopo la morte del sacerdote.

Dal 1849 si ebbe un continuo crescendo della produzione, si acquistarono nuove attrezzature e macchinari, si cominciarono a costruire case per gli operai, Uffici, magazzini per lo stoccaggio del minerale, strade, gallerie, insomma Montevecchio divenne nel giro di pochi anni un piccolo borgo abitato, con moderni servizi e fu considerata la più fiorente industria mineraria d’Italia.
Si trasferì a Guspini anche il fratello del Sanna, FILIPPO, che lo aiutava nei lavori minerari, mentre come contabile aveva fatto venire da Bolotana un suo vecchio amico Notaio, certo PASQUALE ARE, persona eccezionale e di grande confidenza.
Giovanni Antonio, per poter seguire da vicino i lavori della Miniera, e per avere la famiglia vicino si trasferì a Guspini con Marietta, Ignazia ed AMELIA, che era nata anche lei a Marsiglia, mentre poi a Guspini nacque nel 1850 ENEDINA, e a Cagliari l’ultima figlia ZELY nel 1852.
Alla Gerenza ed alla Direzione si alternarono in quel decennio molti personaggi, sfruttando nel migliore dei modi le risorse che la natura aveva nascosto nelle viscere di quella terra, sino ad allora impervia e deserta.

Giovanni Antonio Sanna, aveva sicuramente una mente eclettica, non si accontentava di essere solo imprenditore, si diede anche alla politica, diventando deputato al Parlamento, oltre che Consigliere Comunale e Provinciale.
Il 1° Ottobre 1864, intanto, si sposarono le due prime figlie, Ignazia, e Amelia, rispettivamente con GIOVANNI MARIA SOLINAS APOSTOLI, Avvocato, e FRANCESCO MICHELE GUERRAZZI, nipote e padre adottivo del più famoso FRANCESCO DOMENICO GUERRAZZI che era stato Dittatore della Toscana, ed allora Deputato al Parlamento e collega ed amico del Sanna.

Per poter avere più tempo da dedicare alla politica e per consentire ai generi di occuparsi più direttamente degli affari della miniera, nel 1865 lasciò la gerenza della Società al marito di Amelia FRANCESCO MICHELE GUERRAZZI, mentre nominò Direttore l’altro genero GIOVANNI MARIA SOLINAS APOSTOLI.


Il Guerrazzi, e lo zio Francesco Domenico, anch’egli deputato al parlamento nel collegio di Livorno, in pochi anni e con dei sotterfugi gli sottrassero impunemente tanti soldi e soprattutto le azioni per impadronirsi della Società ed estromettendo di fatto il Sanna dalla Miniera; anche in questo caso, Giovanni Antonio Sanna dovette penare alquanto, promuovendo una causa legale che durò diversi anni e che lo costrinse a spendere un patrimonio in avvocati, per poter rientrare in possesso della Sua Miniera. A seguito di questa lite giudiziaria il Sanna subì un attentato dal Genero e dallo zio, I due Guerrazzi, nel vestibolo della camera dei deputati, tra lo sdegno e la meraviglia dei presenti cercarono di colpirlo con un bastone a proposito di questo fatt. Subito dopo il fattaccio, un suo amico, Francescangelo Satta Musio ebbe a scrivergli il 23 Dicembre 1869 “Tenetevi provocato, e con un bastone alla sarda, salvandogli la testa per l’effusione del sangue, scaricateci la prima bastonata alle gambe che presto cadrà, e quindi pisciateci sopra”.

Dopo alcuni anni e diversi gradi di giudizio, davanti a tutti i tribunali, riuscì a dimostrare di essere Lui e solo Lui il padrone della Miniera; rientrò in possesso della sua “creatura“ e liquidò definitivamente i Guerrazzi. A seguito di questo fatto, nel testamento che fece proprio in quegli anni, ordinò che alla sua morte, ad Amelia non dovessero mai essere intestate azioni della Miniera, e che né Ella né il marito Cecchino avrebbero mai dovuto più mettere piede a Montevecchio.

Come detto sopra, gli interessi di Giovanni Antonio Sanna erano molteplici, la disponibilità finanziaria era consistente, la sua mente era un vulcano, e per dare sfogo alla sua inventiva, creò nel 1871, la BANCA AGRICOLA SARDA, per dare la possibilità ai sardi di accedere ai finanziamenti con più facilità.
Egli diventò il maggior azionista della Banca, ne affidò la direzione all’altro genero GIOVANNI SOLINAS APOSTOLI, marito della primogenita IGNAZIA, creando anche una succursale a Roma.

Nello stesso periodo nominò gerente della Miniera l’altro genero il Conte GIUSEPPE GIORDANO APOSTOLI, che aveva sposato la terza figlia ENEDINA, la quale morì giovanissima, dopo aver dato alla luce la prima figlia, MARIETTA.

Il padrone della miniera, stanco e deluso da tante peripezie, ma soprattutto dall’invidia e dall’irriconoscenza degli stessi parenti, decise di stare il più lontano possibile dai generi, che non vedevano l’ora di impossessarsi dei suoi soldi e dei suoi averi e con la scusa di creare un’altra succursale della Banca Agricola nel Settembre del 1872, si recò a Napoli, dove stette alcuni anni, facendo la spola tra Napoli e Roma per seguire da vicino i suoi affari minerari e finanziari.
Giovanni Antonio Sanna nel Febbraio del 1875, stanco, malato, e anche un po’ trascurato dai suoi amici più cari e soprattutto dalle sue figlie, si spense nella sua casa di Roma.
Nel testamento aveva scritto di voler essere sepolto nella sua Sassari, purtroppo per varie vicissitudini, ciò avvenne solamente 50 anni dopo, nel 1925.

Dopo alcuni mesi dalla morte del Sanna, l’ultima figlia, Zely, sposò ALBERTO CASTOLDI, ingegnere minerario, che per volere di Giovanni Antonio e a spese della Società fu mandato a specializzarsi a Freiberg in Sassonia.
Alla cogerenza venne nominato Giovanni Maria Solinas Apostoli mentre il Direttore Generale tecnico e Amministrativo era l’Ing. Alberto Castoldi, che tenne l’incarico per la bellezza di 25 anni.
Furono anni di grandi produzioni e lauti guadagni per la Miniera, che ormai era diventata modernissima, e lauti guadagni per i soci; le maestranze erano cresciute in modo esponenziale, nei primi anni del 1900 si contavano circa 1.500 dipendenti.

Il nuovo Direttore con la moglie Zely si trasferì a Montevecchio ed occupò la casa a Lui riservata nel Palazzo della Direzione appena costruito, dove poi nacquero i due figli ENEDINA e GIOVANNI ANTONIO AGOSTINO.

Alberto Castoldi, oltre che essere un ottimo Direttore era anche ben voluto dalle maestranze; numerosi sono gli attestati di stima e di benemerenza che gli furono tributati, non solo dai collaboratori ma anche dagli operai. Egli non si occupava solo della Miniera, ma seguendo le orme del suocero divenne un bravo politico, venne eletto Deputato al Parlamento e vi rimase per otto legislature consecutive.
Alberto e Zely, fecero tanto per la gente di Montevecchio, dalle testimonianze delle persone più anziane, si ricordano tanti episodi di beneficenza che il Direttore e la moglie, fecero a favore delle famiglie più bisognose.
In particolare si ricorda, e ci sono le testimonianze, la fondazione della “Cassa di mutuo Soccorso per gli operai delle Miniere di Montevecchio” con l’elargizione di un importo annuo di £ 1.200, fino a che è rimasta in vita la cassa.
Alberto Castoldi, dopo una vita intera di lavoro, si è spento a Roma il 26 Maggio 1922.

Nel 1904, subentrò alla guida della Miniera di Montevecchio l’Ing. SOLLMANN BERTOLIO, genero di Alberto Castoldi, per averne sposato la figlia Enedina.
Anch’Egli, uomo di grande cultura e tecnico esperto (insegnava arte mineraria all’Università di Milano) tenne le redini della Società sino al fatidico 1929, anno della grande crisi mondiale.

La crisi del 1929 è stata purtroppo, soprattutto per Montevecchio, la fine di un’epoca di grandi lavori e di ricchezza per la società, per i dipendenti e per le popolazioni del circondario.
Si ebbe un calo vertiginoso del prezzo del minerale alla Borsa di Londra e nonostante tutti gli sforzi effettuati dalla società per tenere in piedi la Miniera che tanto aveva dato sino ad allora, i costi rispetto ai ricavi erano talmente alti che la Proprietà dovette, a malincuore, licenziare quasi tutte le maestranze.

L’ultimo erede della famiglia Sanna Castoldi, è stato GIOVANNI ANTONIO, che era nato a Montevecchio nel 1886, e che il 22 Ottobre 1922 sposò la Contessa ESTELLA MACCHI DI CELLERE, nota Donna Estella. Nel 1929 Giovanni Antonio Castoldi, divenne Direttore Generale e Presidente della Società Anonima Miniere di Montevecchio e guidò la società sino al 1933, anno del Concordato.
Fu proprio Donna Estella, che di Montevecchio era molto innamorata, non solo per ovvii motivi di interesse, ma proprio perché vi si era trasferita, vi abitava con la famiglia ed aveva stretto un meraviglioso rapporto con gli abitanti e con i minatori, a cercare di impedire il fallimento della società.
Con una accorata e commovente lettera del 28 Giugno 1932, inviata a Donna Rachele, la pregava di consegnare una lettera che Le aveva accluso al Duce, chiedendoGli un incontro per poterGli illustrare a voce le potenzialità e i problemi delle miniere.
Benito Mussolini, non rimase insensibile a tale preghiera, la convocò a Palazzo Venezia in data 16 Novembre 1932 e le promise tutto il suo interessamento per salvare le Miniere di Montevecchio.

Purtroppo, l’accorato appello di Donna Estella e l’interessamento del Duce non sortirono l’effetto desiderato e malinconicamente le Miniere di Montevecchio, dopo circa cento anni di notevole produzione di minerale e di floridezza per circa tremila operai, dovette registrare la fine della proprietà della stessa.
Giovanni Antonio Castoldi il 10 Settembre 1933, seppure a malincuore, firmò la fine dell’epopea dei Sanna-Castoldi ed il conseguente passaggio alla Società Montecatini.



Alla fine di questo breve escursus della storia di Montevecchio, è doveroso porgere i più sentiti ringraziamenti:
- alla signora Albertina Ercolani Castoldi, maritata con Alberto Castoldi, figlio di Giovanni Antonio Castoldi e di Donna Estella Macchi di Cellere
- alla Signora Giulia Castoldi, maritata con il Professor Lenzi, figlia anch’essa di Giovanni Antonio Castoldi e di Donna Estella Macchi di Cellere,
che hanno conservato con cura per tanti anni e donato, per il tramite della famiglia Salvadori, al Comune di Arbus, i documenti tutt’ora esposti nell’Ufficio Geologico e che ci hanno permesso finalmente di ricostruire in maniera esatta e puntuale la storia delle Miniere di Montevecchio, dal 1840 al 1933.





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