Sul pullman di Caria

di Roberto Plaisant

  SUL PULLMAN DI CARIA

Montevecchio era una grande fucina dove un Cupido impalpabile, onnipresente e scrupoloso, lavorava con testarda abnegazione per dar vita a nuove amicizie e a nuovi amori.

A Montevecchio poi, già piccolo con pochi ritrovi e scarse possibilità di non incontrarsi, vivevano persone di cultura, mentalità e usanze diverse: veneti, toscani, marchigiani, siciliani, calabresi e naturalmente sardi. Fra questi poi si doveva ulteriormente distinguere in guspinesi, arburesi, iglesienti, come mio padre, e gente che veniva dalla pianura.

Inoltre vigeva quella strana regola per cui gli operai non potevano frequentare i ritrovi e le feste degli impiegati. I tabù però, soprattutto quelli assurdi, anacronistici, nascono per essere abbattuti, spazzati via o spesso sortiscono effetti totalmente opposti a quelli che in origine essi vorrebbero evocare.

Quindi veneti con sardi, toscani con marchigiani, siciliani con calabresi e "incredibile dictu" persino operai con impiegati. C'erano insomma tutti gli ingredienti per provare l'ebbrezza di quel famoso colpo al petto che diagonalmente e impetuosamente attraversa l'addome e il torace dalla fossa iliaca destra, nella zona appendicolare per intenderci, sino al cuore. Chi di noi non lo ha sentito almeno una volta?

La storiella che voglio raccontare è quella di Alberto e Francesca, ovvero il trionfo, il declino e l'oblio di un tenerissimo primo amore.

Tutto incominciò nell'estate del 1966 quando per andare a Funtanazza alcuni si servivano del pullman di Caria. I ragazzi si accomodavano in coda mentre i più grandi occupavano i posti davanti.

Ricordo che Alberto un mio coetaneo, restò turbato, direi folgorato dall'avvenenza di Francesca. Lui aveva diciassette anni, lei quattordici, ma era bella a procace come una donna molto più matura.

Allora nessuno era tanto sfrontato e senza esitazioni così come lo sono i ragazzi d'oggi. Quindi per qualche settimana il massimo della spudoratezza fra i due fu lo scambio, con conseguente eritema diffuso del viso non provocato dall'eccessiva esposizione solare, di timidissimi, sguscianti, furtivi sguardi. Per loro fortuna però, come spesso avveniva, la solita amica, non senza un po' di malizia, si prestava a fare da mediatrice.

Avuta così la certezza che l'attrazione e l'interesse erano reciproci, caddero molte inibizioni e di lì a qualche giorno Alberto e Francesca viaggiarono da Spianamento a Funtanazza addirittura mano nella mano, desiderando che quel breve percorso diventasse un tragitto senza fine.

Fra alti e bassi si vollero bene con grande tenerezza e tutti, anche loro, pensavano che mai si sarebbero lasciati.

Oggi Alberto ha più di cinquant'anni. Nel suo piccolo è un uomo vincente, così come si usa dire, anche se sempre timido e riservato. Per questo mi ha affidato una sua poesia, un po' slegata a mio parere, con versi in rima e in parte sciolti, scritta non so quando, non so per chi. Forse ripensando con nostalgia, ma credo senza rimpianti, al suo tenerissimo primo amore.


Poesia

LA DONNA CHE VORREI

Quella
fragile e timorosa
che abbassa gli occhi
sommessamente.
Quella
forte e coraggiosa
che neanche a pochi il suo onore
vende.
Quella
che nel suo petto per i figli
freme.
Quella
che nel suo letto
per gli spasimi d'amore
geme.
Quella
che col suo dolce sorriso
soavemente lacrima versa
dalle molli palpebre
poggiando il capo sulla mia spalla.
O quella
che l'anima mi squassa
come il vento
che impetuoso sulle querce si abbatte.
Ecco
Tace il mare
Tacciono i venti
dal cielo rifulge serena l'aurora
tornando dall'occidente
e se
oppresso dalle pene
solo
in un bosco ombroso io giaccio
rodendomi il cuore
so che lei
invocherà il mio nome
scacciando dal petto quel fine
tormento
che inganna la mente
e la luce riaccende
come il sole
all'inizio del giorno.
E' lei.
E' la donna che vorrei.


Ah, dimenticavo, Francesca e Alberto non si vedono e non si sentono da circa trent'anni.


Roberto Plaisant


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