Come dimenticare

di Peppino Muntoni

  COME DIMENTICARE

Quanti hanno vissuto a Montevecchio sanno quante curve ci sono prima del centro abitato, quante volte si cambia marcia per affrontare la ripida salita.

Chi ha sempre raggiunto l'abitato di Montevecchio (Gennas Serapis), a bordo della propria auto guidando personalmente, ha rinunciato a godere del meraviglioso panorama che s'intravede dai tornanti che si susseguono negli utlimi tre chilometri. Provate però, almeno una volta, a fare il passeggero ed osservare il paesaggio che vi circonda senza preoccuparvi del traffico.

Penserete che molte cose vi erano sempre sfuggite o le avevate ignorate.

Ancora meglio sarebbe ripercorrere quella strada che da Guspini porta a Montevecchio, sempre facendo il passeggero, ma con gli occhi chiusi, non per dormire, ma per ricordare e fare riaffiorare alla mente episodi, fatti, avvenimenti, persone e cose che appartengono ad un tempo lontano ed altre più recenti e vive nei nostri ricordi.

Provate ad immaginare di fare quello stesso percorso a bordo della "Marisa", un vecchio camion della società mineraria che con il più grande "Ro Ro" trasportava materiali da Sciria all'officina fino a Casargius.

Allora non era permesso dare un passaggio ai "non addetti ai lavori" ma se qualche volta accadeva sembrava che fosse per poter dare una mano all'autista, aiutandolo a sterzare lungo quei tornanti. Non esisteva ancora il servo-sterzo, tu diventavi il servo sterzo.

Dall'alto di quel camion vedevi tutta l'officina e gli operai che vi lavoravano; osservando l'imponenza del Pozzo Sartori notavi le grandi ruote che girando velocemente facevano scendere e risalire la gabbia con gli operai o il minerale estratto. Tutto aveva vita, i compressori di Sant'Antonio sembravano il polmone artificiale che faceva respirare la miniera: il suo battere forte sembrava un cuore impazzito.

Se ancora provi a tenere gli occhi chiusi, sai che ti trovi sotto Santa Barbara e vicino ai cameroni bianchi. All'altezza dei cameroni rossi cominci ad intravedere le case di Gennas

A sinistra le scuole elementari, a destra il villaggio Rolandi, al centro la chiesetta dedicata a Santa Barbara che nasconde alla vista la palazzina della direzione.
Quando si giunge nell'abitato, alla fine di quella salita, anche il camion tira un sospiro di sollievo; si cambia marcia, una più veloce, e con un gran polverone si attraversa il centro regalando a tutti, grandi e piccini, un po' di silicosi, tanto per gradire.

L'incontro che da qualche anno si tiene col raduno degli ex è la conferma di come tutti ci sentiamo parte di questo bellissimo paese.

Oggi arrivando a Gennas, anche se tanto tempo è passato, dici a te stesso, con un sospiro di sollievo: "Che bello! Non è cambiato niente, è tutto come allora".
Vedi persone sconosciute affacciate alle finestre, a passeggio per le strade. Non ti chiedi chi abita quelle case, ma cerchi di ricordare chi le abitava quando anche tu vi abitavi. E' naturale associare gli edifici col nome degli inquilini più importanti: la casa del direttore, la casa di Rolandi, la foresteria, le case degli impiegati, quelle degli operai e quelle dei capi servizio.

Per esigenze organizzative e per tenere i lavoratori più vicini al posto di lavoro erano stati creati oltre a Gennas, i centri di Righi, Sciria, Zely, Telle, Sanna, i cameroni rossi e bianchi, Piccalinna. Oggi tutti questi nomi, escluso Sciria, distanti alcuni chilometri da Gennas, sono del tutto disabitati e resi inabitabili perché senza infissi e senza tetto.

Certamente Montevecchio non è stato solo un paradiso terrestre, è stato anche teatro di grandi treagedie, così come di grandi amori che le foglie dell'agave saprebbero raccontare.

Col tempo molte cose sono cambiate, altre sono scomparse. La vecchia scuderia non c'è più; il cinema è inagibile; la foresteria, di quel che era, ha mantenuto soltanto il nome; l'albergo Al Cinghiale è disastrato; la mensa impiegati è diventata una legnaia.

La chiusura della miniera ha fatto sì che gran parte dei giovani d'allora abbia cercato fortuna altrove, molti lontano da qui, altri nella stessa provincia. Come il Dna ti porti dentro qualcosa che solo Montevecchio ha potuto trasmetterti.

Ogni anno ci ritroviamo sempre un po' spaesati, alcuni fisionomicamente diversi, molti con qualche capello in meno, alcuni con qualche chilo di troppo, altri con prole e coniuge al seguito: è il bello della vita, a cui neppure gli ex di Montevecchio sanno rinunciare.


Peppino Muntoni


Torna all'Elenco Testimonianze

Torna a Raduno 2001

Torna alla Base