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... alla ventura

di Mariarosa Mantero Mariani
  da Genova a Montevecchio

Arrivai a Montevecchio in una serata tempestosa dei primi di novembre del 1953.
Venivo da Genova, giovane sposa, l'aereo sorvolò per un'ora l'aeroporto di Elmas in attesa di atterrare, data la tempesta. Una macchina della società Montevecchio ci portò a casa. Non vidi niente, tanta era la pioggia. Non avevo mai visto la Sardegna e andavo veramente alla ventura. Fui accolta oltreché dai miei suoceri al terminal di Cagliari, da due domestiche a Montevecchio, intimidite dalla signora 'continentale', ma che cercavano di farmi trovare a mio agio ...
La mattina successiva aprii le finestre e fu uno spettacolo indimenticabile. Sotto un cielo così azzurro e intenso che a Genova non c'era, c'erano tanti pini verdissimi, una giornata meravigliosa. La mia casa era situata sullo 'spianamento' e dalle finestre ho visto subito le costruzioni assai belle del piccolo centro. A sinistra c'era il palazzo della direzione, poi delle case piccole e antiche con rivestimenti di ardesia (pietre di Lavagna, come dicevamo a Genova) che mi ricordavano le case della Liguria. Sulla destra c'erano alcune piccole palazzine moderne; tutto era pulito, ordinato.
Fu per me un amore a prima vista per Montevecchio, senza essere ancora uscita di casa.
Conobbi poi le palazzine abitate dai dirigenti, la foresteria, le case di Via del Mare, il Villaggio Rolandi, i villaggi operai come Righi, Piccalinna, Sanna ecc. e tutto mi piacque. Era un'architettura bella, così ben ambientata tra il verde degli eucalipti, dei pini, della macchia mediterranea.
Con la natura fu un altro amore a prima vista. Imparai a conoscere molto della macchia mediterranea, c'era anche in Liguria ma meno rigogliosa. Facevo lunghe passeggiate, studiavo tutte le piante. Andavo sola a Roccia Leone, a Croccorigas, per la strada del trenino ... Andavo sola e le persone del posto mi sconsigliavano perché potevo fare brutti incontri, magari pastori mal intenzionati; incontrai diversi pastori ma non mi hanno fatto mai niente. Nei primi anni suonavano le 'launeddas', dopo avevano la radiolina. Ricordo che un pastore incontrandomi a mezzogiorno mi salutò con 'buonasera' e di pomeriggio alle 16 con 'buonanotte'. Camminando consumai tutte le mie scarpe cittadine e mi feci mandare da mia madre un paio di scarponcini (a Cagliari esistevano solo pochi negozi di scarpe). Le strade non erano asfaltate e c'era molto fango davanti a casa mia.
Quando i miei figli furono grandicelli portavo anche loro nelle mie passeggiate. Ricordo una passeggiata con il mio figlio maggiore, Cristiano, allora decenne, al monte Pubusinu. E' stato bellissimo, le rocce il verde, il panorama. Seduti su una roccia, soli, di fronte a un panorama straordinario, Cristiano mi disse: "Mamma qui tu sei la regina, io sono il re". Cristiano aveva perfettamente ragione perché ci si sentiva a contatto della natura, veramente grandi, padroni, liberi, appagati ed io continuavo a vivere così, con la natura che mi accoglieva e mi dava tanto.
Portavo sempre fuori i bambini con tutti i tempi. Le persone del posto dicevano: "meschini questi bambini, fuori con questo tempo". Ancora oggi quando vado a Montevecchio, qualcuno me lo ricorda.
Un giorno dopo pranzo ero a spasso con i bambini. Era domenica e gli operai che venivano dai paesi vicini erano soliti portare la famiglia a vedere il luogo dove lavoravano. Un operaio indicava alla moglie il palazzo della direzione, l'ospedale, il museo e infine disse: "... e questa è la moglie del dottor Mariani" Un altro giorno ero allo spaccio, dove si comprava con i 'gettoni' cambiando le lire in direzione, e c'erano le mogli degli operai che facevano la spesa con i bambini. Una bambina scalza (allora, nel 1955, c'era ancora miseria, poi nel giro di due o tre anni scomparve) mi toccò e disse alla mamma "ho toccato una signora". Feci amicizia con tutti ed ero tenuta in considerazione come moglie del medico della miniera.
L'essere 'continentale' mi procurava un rispetto maggiore ed io, allora poco più che ragazza, mi divertivo. Si facevano le visite allora, ed erano tutte persone simpatiche. Divenni 'Dama di S. Vincenzo' e come tale andavo a trovare i poveri. Allora si trovavano ancora povere famiglie cariche di figli (scalzi), poi le cose cambiarono e gli operai fecero studiare i figli e qualcuno di questi giunse alla laurea. Ricordo una povera moglie maltrattata (picchiata) dal marito ubriacone che disse "almeno mi tocca".
Allora non c'era il postino e bisognava andare a ritirare la posta all'ufficio postale. In pratica bisognava uscire tre volte, una volta per l'Unione Sarda, poi per la posta e infine, nel pomeriggio, per un giornale del continente. Alle 10 circa arrivava il 'postale'. Alle 16 ripartiva per Cagliari (unico collegamento finché non ci fu il boom delle macchine e tutti, comprese le signore, presero la patente).
Vedevo scendere le persone e qualcuna di queste si metteva a correre verso l'ospedale cercando di guadagnarsi il posto. Chiesi a mio marito chi era quella gente che correva da lui; mi rispose: "sono gli infortunati che vengono al controllo". Replicai "ma allora non sono tanto infortunati se corrono ..."
Purtroppo talvolta capitava anche l'infortunio mortale (in media uno all'anno) e mio marito veniva chiamato in miniera. Ammiravo questa povera gente, consapevole del rischio ma quasi rassegnata, le famiglie vivevano per la miniera, condividevano le ansie, partecipavano agli orari della vita di miniera ...
Dopo un infortunio mortale si svolgeva un tema nelle scuole elementari.
Non ho ancora descritto la mia casa: è una costruzione antica, pressappoco contemporanea al palazzo della direzione, e oggi ha più di cento anni. Era nata per essere un ospedale tutta la palazzina, con un piano terra e un piano superiore. Dopo si resero conto che l'ospedale sarebbe stato troppo grande per Montevecchio e la costruzione fu quindi divisa in quattro parti: un quarto adibita a ospedale e gli altri tre quarti furono ristrutturati e divennero tre appartamenti. Il mio, situato al piano superiore con orientamento Nord-Est-Sud, consisteva in 7 stanze di cui quattro enormi (circa 5 x 4 m), un bagno, un andito enorme (circa 10 x 4 m) e poi il sottotetto dove si accedeva con una scala a chiocciola. Lassù c'erano due stanze, una con armadi e una camera da letto per le domestiche; c'era anche un piccolo servizio e un enorme spazio che divenne ripostiglio. Vi passeggiavano topi e pipistrelli, ma riuscii ben presto a sterminarli. I miei parenti, prima che arrivassi, erano molto preoccupati per l'impressione che mi avrebbe fatto la casa; a me, una 'continentale' abituata a vivere in case moderne.
L'impressione invece fu ottima; mi sembrava di vivere in un palazzo, con soffitti alti 5 metri e mura da 50 cm. La cosa che più mi impressionò furono i fili elettrici che correvano lungo i muri, penzolanti. La cosa che soffersi di più, fu il freddo, specie i primi anni. C'erano tre stufe e due camini, ma l'enorme andito restava gelato e la società, per limitare il consumo, non ci dava altra energia elettrica per poter mettere delle stufette; solo in seguito riuscimmo ad avere più energia.


ed ecco alcune immagini
(clicca sulle foto per ingrandirle)





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