| di Peppino Santarelli |
i signori Raccaro
Viveva a Montevecchio una coppia di altissimi coniugi (I Raccaro); lui era cacciatore e la sua preda abituale era la ghiandaia che abbatteva da ferma sugli alberi. Dopo una giornata di caccia, alla domanda di una vicina "che cosa ha portato oggi suo marito?", la moglie rispondeva rassegnata "mah, è tornato col solito uccello!"
Era l'anno 1944, dovevo frequentare la quinta ginnasio. I due licei Classici di Cagliari, il Dettori ed il Siotto, erano sfollati per motivi bellici rispettivamente ad Ales ed a San Gavino. Quest'ultima località andava bene al mio caso. La Fonderia in quel periodo non poteva funzionare per gli scopi per cui era stata costruita, ma era tenuta in attività, oltre che per manutenzione, anche per fabbricare piatti, ciotole di terracotta, ecc.
La stessa signora dopo essersi recata a Cagliari per acquistare un paio di scarpe alla sua bambina dodicenne, ritornava sconsolata dicendo di non aver trovato in tutta la città un paio di calzature del numero giusto. Alla richiesta di quale fosse quest'ultimo ripondeva: "il 44 naturalmente!"
il carrello a pedali
A queste lavorazioni erano impiegate un discreto numero di giovani ragazze di San Gavino. Io fui ospitato presso la foresteria della società, alloggiavo nella stanza adibita alla domestica in un appartamento abitato dai signori Marchese, Talamini e Amadori, tutti senza mogli perché per sicurezza le avevano trasferite "in Continente". Pranzavo assieme a loro ed al direttore della Fonderia ing. Marini; c'era anche l'ing. Bellavita.
Arrivavo a San Gavino il lunedì mattina e tornavo a casa, a Montevecchio, il sabato pomeriggio. Come? Con il carrello ferroviario a pedali. La linea ferroviaria che univa Sciria a San Gavino in quel periodo non veniva utilizzata perché non v'era materiale da trasportare; gli operai che lavoravano a San Gavino ma che risiedevano a Guspini o a Montevecchio avevano costruito un carrello capace di accogliere circa sei persone sedute su due panche, una anteriore ed una posteriore, più altre due sedute ai pedali da cui, con meccanismo a catena a ruota fissa, si trasmetteva il moto all'asse posteriore del carrello. I freni agivano sullo stesso asse con meccanismo a ganascia. Durante il tratto da San Gavino alla stazione ferroviaria di Guspini (Nuraci), si compivano tre turni di pedalata, ognuno di circa 4 chilometri; durante il tratto da Guspini a Sciria un solo turno di pedalata.
Il lunedì mattina, per andare a scuola, dovevo partire da casa alle cinque, recarmi a piedi a Sciria, togliere le catene dai pignoni per poter scendere "in folle" finchè c'era discesa; alla fine di questa, occorreva rimontare le catene e pedalare sino alla stazione di Guspini dove mi aspettavano gli operai che dovevano essere al lavoro a San Gavino alle ore 7. Il tratto da Sciria a Guspini lo percorrevo quasi sempre da solo, a scendere era facile; più impegnativo era invece il ritorno a casa, il sabato pomeriggio. Qualche volta pedalava con me il sig. Medas.
Questo accadde per tutto l'anno scolastico; l'anno successivo mi recai a Cagliari.
Mi risulta che sul carrello venne poi montato un vecchio motore di motocicletta che fece risparmiare qualche sudata ai viaggiatori ma che creò anche non pochi problemi.
Bei tempi!
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| di Piero Zuffardi |
gli addetti al servizio nei cantieri di Ponente
I capi servizio di Levante (S.Antonio e Piccalinna), ad inizio turno raggiungevano i cantieri a piedi, data la loro vicinanza a Gennas; venivano poi riportati indietro, a mezzogiorno e alla sera, con un automezzo.
Ai capiservizio dei cantieri di Ponente (Sanna, Telle, Casargiu), che sono distanti da Gennas, era messo a disposizione un mezzo di trasporto.
Ogni lunedì pomeriggio l'ing. Minghetti riceveva chiunque avesse da esporre problemi che egli avrebbe potuto aiutare a risolvere.
Ad una festa di carnevale, al Circolo impiegati, negli anni '50, partecipò il Rag. Gazzola, Direttore Amministrativo della Società, che era in visita alla miniera, per ragioni di lavoro.
Era stato deciso di fare uno scherzo ai partecipanti, e cioè di organizzare una lotteria, che aveva come primo premio un tacchino. Il caso ha voluto che il biglietto vincente fosse toccato proprio al Rag. Gazzola.
Alla sera, dopo cena, nei mesi estivi si usava incontrarsi al circolo impiegati, per giocare al biliardo o a carte, o semplicemente per fare quattro chiacchiere.
L'ing. Marzocchi, allora scapolo, vi partecipava regolarmente, finché ... non si invaghì di una fanciulla del luogo e allora abbandonò la comitiva degli amici per andarla a trovare e farle un po' di corte. Questo scocciò moltissimo agli amici, che si sentirono abbandonati; tra l'altro, bisognò trovargli un sostituto per poter continuare a fare i tornei di biliardo.
Il primo alloggio del Dott. Fulghesu e della sua gentile Signora fu un appartamentino sito a pian terreno di fianco al garage.
La squadra di calcio di Montevecchio fu campione sardo del girone di promozione nel 1951 (?).
In una assolata domenica di primavera della fine degli anni '40, fu deciso di fare un'escursione a Piscinas, con picnic sulla spiaggia. L'ing. Rolandi e la Signora erano a Montevecchio e furono ben lieti di parteciparvi.
Subito dopo la guerra, quando i cantieri in attività a Ponente erano pochi e quindi vi era un solo caposervizio ad occuparsene, il mezzo di trasporto era un calesse trainato da un cavallo ed il caposervizio era Alfio Salvadori.
Era proprio uno spettacolo vederlo viaggiare in inverno tutto imbacuccato per difendersi dal freddo, guidando il suo calessino.
Poi, il numero dei cantieri attivi a Ponente crebbe, e quindi vi furono addetti altri capiservizio e aiutanti. Il calesse non bastava più e fu impiegata un'automobile: era una vecchia Fiat 501, un macchinone che era stato l'automezzo della direzione e, prima ancora, di un vescovo.
Ora era vecchia e scassata: una volta (e questo segnò la sua fine gloriosa) perse una delle ruote anteriori, per fortuna restando in equilibrio sulle altre tre, quel tanto che è bastato, perché l'autista potesse frenare. Quello fu uno spettacolo ben singolare e degno delle comiche di Charlot: la ruota, staccatasi, schizzò in avanti alla vettura, sotto gli occhi allibiti dei passeggeri.
l'ing. Minghetti e gli operai spendaccioni
Un giorno si presentò a lui la moglie disperata di un operaio, il quale, appena presa la paga, ne sprecava una gran parte bevendosela e un'altra parte acquistando biglietti di una lotteria che veniva organizzata, proprio nei giorni di paga, da un girovago. Sia detto che purtroppo non era il solo a comportarsi cosi!
L'ingegner Minghetti, da quel buon direttore che era, sempre preoccupato del benessere dei suoi operai e delle loro famiglie, prese immediatamente queste decisioni: nel caso specifico di quella donna che era venuta a lamentarsi, ordinò che la paga di suo marito non fosse consegnata a lui, ma alla moglie.
Inoltre proibì la vendita di alcolici in tutto il territorio di Montevecchio nei giorni di paga; proibì anche che gente estranea venisse ad impiantare, a Montevecchio, banchetti di vendita, lotterie e simili.
Poteva farlo? Certamente sì! Lo spaccio, infatti, era intestato alla Montevecchio e dunque il Direttore della Miniera poteva organizzarlo a suo piacimento. C'era il bar di Deidda, ma questi aderì di buon grado alla richiesta del Direttore.
Quanto a lotterie e banchetti vari, nessuno può negare che il territorio di Montevecchio era proprietà della Montevecchio e dunque questa aveva pieno diritto di ospitarvi (o di non ospitarvi) chi voleva.
il tacchino vinto dal Rag. Gazzola
Due dei nostri giovani entrarono allora in sala portando - con finta circospezione -una grossa cesta chiusa, con dentro il tacchino; quando Gazzola la aprì, si accorse che il tacchino era semplicemente un ... piccolo tacco di una scarpa femminile; molto spiritosamente se lo mise nel taschino e lo tenne per tutta la serata.
una punizione aIl'ing. Marzocchi
Una sera si decise di punirlo: gli amici entrarono nella sua camera in foresteria che era subito sopra al Circolo e ne portarono via tutti i mobili, letto compreso, nascondendoli in altre camere.
Quando verso le 23 l'ing. Marzocchi tornò per andare a dormire, restò allibito e non poté far altro che chiedere aiuto al sig. Tonetti, responsabile della foresteria, per rimediare un posto ove dormire quella notte.
La punizione sortì un certo effetto: l'ing. Marzocchi, da allora, divise la sue serate fra gli amici e la fanciulla del cuore.
la sveglia al Dott. Fulghesu
I tecnici che lavoravano a Ponente si radunavano di fronte al garage prima delle 6:45, ché, a quell'ora precisa, partivano in autovettura per i loro cantieri.
Il fatto di doversi mettere al lavoro in ore così mattutine, mentre il Dott. Fulghesu beatamente dormiva ancora, era mal digerito da loro; da qui la decisione di svegliarlo, picchiando furiosamente sulle tapparelle della sua camera da letto.
Il Dott. Fulghesu rispondeva spiritosamente insultandoli.
Una certa mattina passava di lì un giovane carabiniere, nuovo di Montevecchio e quindi ignaro delle abitudini locali. Al picchiare dei tecnici alle sue finestre, il Dott. Fulghesu rispose con l'ormai consueta sequela di insulti che quel giorno furono "Vigliacchi! Assassini!" urlati a pieni polmoni. Questo grido impressionò il giovane carabiniere, che si accinse a correre in aiuto di chi protestava così vivacemente; ma il suo slancio fu subito fermato dall'appuntato che gli spiegò: Eh! è la solita banda degli ingegneri che va a svegliare il dottore!
il calcio a Montevecchio
L'attività calcistica interessava tutti a Montevecchio: dal lunedì al mercoledì si commentava l'incontro fatto la domenica precedente, e dal giovedì al sabato si facevano previsioni per l'incontro successivo.
Ciò distraeva gli animi da altri problemi e un po' affratellava tutti, impiegati ed operai. Particolarmente sentite erano le partite contro le squadre che si dovrebbero definire "consorelle", e cioè S.Gavino, lngurtosu, Monteponi.
In questi casi gli sfottò si facevano aspri, rischiando di compromettere i buoni rapporti anche fra amici appartenenti alle tifoserie avversarie. L'ing. Rolandi prometteva premi non solo ai vincitori, ma anche ai perdenti, purché tenessero, in campo e fuori, un comportamento corretto.
Si organizzarono, per un paio di anni, anche incontri interni fra tecnici ed amministrativi; ma poi si pensò bene di sospendere questa iniziativa, perché, il giorno dopo gli incontri, che erano giocati con grande impegno, i giocatori erano stanchi ed acciaccati, a tutto danno del loro lavoro.
l'escursione a Piscinas
Il gruppo era abbastanza numeroso: oltre ai Rolandi, c'erano la signora Cristini, le signorine Silvia e Rosalba Mariani, i due Zuffardi, il Conte Roncioni con la moglie, Carlo Minghetti, Peppino e Gianfranco Santarelli; forse c'era anche Linalba, le due figlie di Pinna, ed altri.
Mentre i giovani fecero l'escursione tutta a piedi, gli "anziani" andarono in macchina fino a Casargiu, per poi proseguire a piedi.
Per facilitare il trasporto dei viveri per il picnic, fu assegnato ai gitanti un ciuco e relativo ciucaio. La gita andò benissimo fino all'arrivo in prossimità della spiaggia, nella zona in cui si sono accumulati i fanghi sterili degli impianti di trattamento di Ponente: si tratta di un esteso deposito con spessore di un paio di metri di materiale semi sciolto: vere e proprie "sabbie mobili".
Qui il ciucaio, anziché seguire il sentiero che corre sulla roccia solida a fianco di quel deposito, pensò bene di attraversarlo, forse per tagliare una curva del sentiero. Il povero ciuco, fatti pochissimi metri in quella fanghiglia, sprofondò fino alla pancia, e più si agitava, più affondava, tra la disperazione del ciucaio e la logica preoccupazione dei gitanti che vedevano sparire, oltre al ciuco, anche le cibarie per il picnic.
Con notevoli sforzi e infangandoci fino alle ginocchia, si riuscì a togliere il basto (e cosi le cibarie furono salve) sperando che, così alleggerito, il ciuco riuscisse a cavarsela. Ma niente da fare: tirarlo per la cavezza, esortarlo a voce e con qualche frustata, inserire dei rami e delle frasche sotto la pancia, furono tutti sforzi vani: il ciuco proprio non ce la faceva ad emergere da quelle sabbie.
Fortunatamente passarono (forse richiamati da tutto il baccano che facevamo per esortare il ciuco) due pastori, che - resisi conto della situazione, certamente non nuova per loro (chissà quante pecore si erano addentrate su quelle sabbie mobili ed erano state prontamente da loro ricuperate) - si misero all'opera per tirar fuori il ciuco. Fecero passare una grossa fune sotto il ventre dell'animale e poi disposero tutti gli uomini in fila a tirarla. Dopo non pochi sforzi, il "tiro alla fune" ebbe successo ed il ciuco fu tratto fuori.
L'ing. Rolandi, con la generosità che gli era caratteristica, compensò i due pastori con una lautissima mancia.
I gitanti, con il ciuco e con i viveri, raggiunsero la spiaggia e - commentando allegramente l'avventura - consumarono un lieto pasto.
Intanto i due pastori, riconoscenti per la grossa somma di denaro ricevuta, pensarono bene di arrostire un "angioneddu" e di portarlo, bello caldo, ai gitanti.
Questi, come è stato detto, erano già satolli, ma i giovani (Peppino e Gianfranco SantareIli, con Carlo Minghetti) non esitarono a fare un bis del pasto, facendo ampio onore al dono ricevuto. La lunga camminata per il ritorno, servì loro a digerire tutto quel ben di Dio che avevano ingurgitato.
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| di Ilio Salvadori |
il ritorno di Zeppetta dalla Cina
Zeppetta! Chi era costei?
Se lo chiederanno tutti coloro che non hanno vissuto a Montevecchio fra gli anni venti e gli anni quaranta o che non hanno avuto occasione di sentirne parlare da qualcuno degli 'anziani'.
Eppure Zeppetta, per moltissimi anni, è stata una vera istituzione a Montevecchio; è stata un componente emblematico di un ambiente minerario che, pur essendo costretto per forza di cose ad incidere negativamente su una parte del territorio e su una natura sino ad allora quasi incontaminata, era ad essa attaccato e la curava in modo non consueto per quei tempi, e lo faceva senza la pressione dei 'Verdi', allora ancora in 'mente Dei'.
Infatti, accanto ai grandi scavi, agli imponenti impianti minerari, alle discariche degli sterili, sorgevano edifici sempre improntati alla funzionalità, spesso con stili architettonici particolari ma piacevoli, e venivano creati nuovi boschi di pino, eucalipto, ed altre piante che, forse hanno fatto storcere il naso ai puristi delle essenze forestali autoctone, ma hanno creato boschi lussureggianti, spesso in sostituzione di quelli distrutti per far legna o da incendi selvaggi, che hanno costituito e costituiscono motivi caratterizzanti di un luogo che ha incantato ed incanta ogni visitatore.
Allo stesso modo si difendevano e curavano gli animali che in quei boschi vivevano e prolificavano, cervi e cinghiali soprattutto, e si proteggevano con un corpo di guardie giurate che operava sotto l'attenta guida di un Capo Guardia, il signor Sala, burbero e rigido con chi disturbava il suo regno e chi lo abitava (tanto da mettere soggezione a quei ragazzini che, come me, talvolta non si comportavano proprio bene) ma sempre protettivo con le creature del suo bosco e gentile con chi era corretto con loro.
E con il signor Sala compare Zeppetta.
Fra le famiglie di cinghiali che popolavano la zona prossima all'abitato di Montevecchio, specie verso Zinnigas e dintorni ove si sentivano al sicuro anche nei periodi in cui era aperta la 'caccia grossa' perché non vi erano permesse le 'battute', ve n'era una molto particolare, la famiglia di Zeppetta, una cinghialessa di notevole mole, prole e carisma nel branco, particolarmente cara al signor Sala ed a sua moglie.
Si può dire infatti che, così raccontava a noi ragazzi lo stesso signor Sala, era stata allevata da loro come una di famiglia dal momento in cui, ancora cucciolo ed in evidente stato di difficoltà e pericolo per la presenza di due cani che gli si erano avvicinati minacciosi, era stata trovata da lui presso l'ingresso della 'Cantina' (il supermercato di quei tempi); era stata curata e rifocillata tanto da divenire del tutto domestica ed in parte affettivamente dipendente.
Con tutto questo però Zeppetta non rinunciava di certo alla libera vita nel bosco ove passava tutto il giorno e coltivava i suoi amor che, stagione dopo stagione, fruttavano cucciolate di magnifici cinghialetti che presentava regolarmente ai suoi protettori abituandoli ad una frequentazione regolare che però non doveva superare certi limiti ed intaccare il suo indiscusso diritto a godere di unici ed esclusivi privilegi.
La frequentazione si ripeteva ogni sera, poco prima del calar del sole, nel luogo in cui Zeppetta era stata trovata, ove il signore e la signora Sala arrivavano con due bussolotti metallici che, dopo essere stati parzialmente riempiti di ceci secchi o ghiande, venivano ripetutamente agitati in modo da produrre un rumoroso e caratteristico richiamo, per avvertire Zeppetta che il suo pasto era pronto.
E Zeppetta arrivava puntualmente, accompagnata di anno in anno da cucciolate vecchie e nuove, ed assisteva quasi compiaciuta ad un rapido spuntino della sua figliolanza che poi non seguiva nel bosco perché doveva correre a consumare, presso la casa dei suoi protettori, un pasto ben più consistente ed esclusivo.
Nel settembre del 1934, appena arrivato a Montevecchio, ho potuto assistere, insieme ad alcuni coetanei, ad una di queste riunioni familiari; e fu una scena veramente fuori dal normale per me che, pur venendo da una zona ricca di cinghiali come la Maremma Toscana, sino ad allora, avevo visto solo un grosso cinghiale nel piazzale della miniera di Gavorrano ove era stato portato da una compagnia di minatori - cacciatori e mostrato come trofeo di una fortunata battuta di caccia.
Quel rito quotidiano, quasi magico per noi ragazzi che vi assistevamo in silenzio per non disturbare i cinghialetti più piccoli ma anche, e forse soprattutto, per non essere sgridati dal signor Sala, era ormai quasi sfuggito dalla mia memoria e vi era comparso solo in qualche rara occasione.
A farmelo rivivere in tutta la sua suggestione è stata di recente la signora Iride Peis Concas, ben nota a tutti coloro che coltivano la memoria di Montevecchio per le sue delicate poesie ed i suoi saggi storici sulle miniere, che mi ha regalato due bellissime e graditissime fotografie: la prima, del 1925, riproduce un panorama veramente tipico di Montevecchio, il complesso abitativo dei 'Cameroni Rossi'; la seconda, del 1938, mostra in primo piano il Capo Guardia signor Sala e la sua signora mentre distribuiscono ceci e ghiande a Zeppetta ed altri cinghiali, di varia taglia ed età, che li circondano.
Queste foto, che già di per se costituiscono un ricordo prezioso di quei tempi, hanno assunto un aspetto veramente singolare per le vicende attraverso le quali, dopo tanti anni di oblio, sono tornate alla ribalta della mia memoria.
Esse facevano parte di una raccolta di foto di Montevecchio che la famiglia di una amica della signora Concas, la signora Itala Allazetta (che visse nei 'Cameroni Rossi' fra gli anni venti e trenta) aveva conservato gelosamente, dandone copia ai vari congiunti che man mano costituivano nuove famiglie. Così, dalla signora Allazetta che ora abita a Torino, sono andate prima ad una sua figliola e poi ad una figlia di una sua sorella che, trasferitasi in Cina, le ha portate con sé.
Ed ecco ora il 'Ritorno di Zeppetta dalla Cina: la signora Concas, a conoscenza del fatto che la signora Allazetta aveva queste foto, gliene ha chiesto una copia e la signora Allazetta, che ormai non ne aveva più, ne ha fatto ricerca prima presso la figlia e poi presso la nipote che, alla fine, le ha fatte arrivare dalla lontana Cina per riproporci, purtroppo non molto nitidamente per le ripetute riproduzioni, uno degli aspetti veramente suggestivi ed emblematici della vita che si conduceva nella Montevecchio di quei tempi.
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