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cronaca di una tragedia

di Elvio Pani
Montevecchio - 24 Giugno 1957 - Festa di San Giovanni Battista

La comunità di Montevecchio è organizzata socialmente ed il fulcro delle attività passa quasi esclusivamente per "l'Azione Cattolica", istituzione ben radicata "Donne" - "Uomini" - "Giovani" oltre alle "Dame di Carità" che si occupano di famiglie indigenti. Il parroco, Don Armando Gulizia, un sacerdote ex missionario, che era stato diversi anni in Cina, di carattere un po' burbero, ma pieno di umanità ed amante della sua missione, è colui che raccorda tutte le attività di svago e di aggregazione dei ragazzi di Montevecchio.
Siamo ormai in prossimità dell'estate 1957, i giovani del centro minerario hanno da qualche giorno terminato le scuole, si comincia a parlare di vacanze e soprattutto di "mare", chiedono a don Armando di organizzare una gita al mare magari facendosi accompagnare in pullman dagli uomini dell'Azione Cattolica e da qualche genitore; dopo alcune perplessità, trovati gli accompagnatori, il Sacerdote acconsente di organizzare la gita; i ragazzi e i giovani incominciano i preparativi per questa gita che è stata fissata per il lunedì 24 giugno festa di San Giovanni Battista, alla marina di Gutturu e flumini con il pullman di linea della ditta "Garau" di Guspini che quotidianamente partendo da Arbus, Guspini, Montevecchio raggiunge le località di Marina di Arbus, Funtanazza e Tunaria.
Raduno alle ore 7:00 nella chiesetta dedicata a Santa Barbara nel centro di Montevecchio dove verrà celebrata la Santa Messa e alle 8:00 partenza per Gutturu e flumini.
Alla Santa Messa partecipano tutti, ragazzi, accompagnatori e qualche genitore; dopo aver dato la benedizione, Don Armando si rivolge ai gitanti e fa le raccomandazioni di rito, soprattutto a quelli più grandi, ricordando i pericoli del mare e di obbedire agli accompagnatori.
Io, Elvio, quasi dieci anni di età, come ogni mattina da qualche anno, faccio da chierichetto alla Santa Messa; anche per me oggi è una giornata particolare, con la mia valigetta di cartone, con il costumino, l'asciugamano e la merenda preparata dalla mamma alla mattina sono fra i gitanti.
Terminata la Santa Messa svesto la tunica, spengo le candele e saluto Don Armando, il quale, da un armadio, in Sacrestia, prende un pezzo di corda di circa 120 cm, e rivolto a me dice: "Elvio, ti affido questa corda, con questa io ho salvato due bambini che stavano annegando in un fiume quando facevo il missionario in Cina".
Davanti all'ospedale un gran vociare festoso, si aspetta il pullman, eccolo, il Signor Artorige Boldrini, l'accompagnatore rimasto solo in quanto all'ultimo minuto gli altri due non hanno potuto partecipare, appoggiato allo sportello del pullman incomincia a far l'appello:
Boldrini Caterina, Ferruccio, Gianfranco e Corrado, i suoi figli, Gianni e Erminio Corda, Giuseppe e Paolo Ippolito, Elvio e Gigi Pani, Palmiro Mallocci, Ignazio Ledda, Pierluigi Serra, Tonino Mainardi, Virgilio Falqui, Lello Fonnesu, Tonino Paci, Sandro Marras e Franco Sardu, finalmente si parte! In viaggio è un continuo cantare festoso, canti sacri e non, una canzone in particolare mi è rimasta impressa (che sarà, sarà, che cosa succederà!!!) una canzone allora il voga, che credo cantasse Nilla Pizzi.
Dopo circa un'ora di viaggio, sulla strada polverosa e dissestata, eccoci arrivati a Gutturu e flumini, un agglomerato di poche case, molte in costruzione, in fila indiana attraverso il sentiero scosceso si arriva in spiaggia, ci si dirige verso gli scogli per depositare le borse con la merenda, le solite raccomandazioni dell'accompagnatore, non entrate in acqua sino a quando non ricevete l'ordine, anche perché è una giornata nuvolosa, il sole va e viene, ed il mare è piuttosto "lungo", giocate e divertitevi.
I ragazzi più grandi cominciano a giocare con il pallone, i più piccoli nel bagnasciuga a fare castelli di sabbia, qualcuno ha persino portato un pezzo di nylon con un amo e cerca di pescare qualche pesciolino.
Tra un gioco e l'altro qualcuno, specialmente tra quelli più grandi, cerca di entrare in acqua con la scusa di ricuperare il pallone, subito rimproverato dall'attento Signor Boldrini che, essendo solo e conscio della grossa responsabilità che si è assunto, cerca in tutti i modi di troncare sul nascere le velleità dei ragazzi più intraprendenti anche perchè le condizioni del mare non lasciano trasparire alcuna sicurezza; intanto verso le 10:30 ci si riunisce per fare uno spuntino e poi di nuovo a giocare.
Dopo alcune ore, il sole comincia a far capolino e ci ricorda che l'Estate è arrivata; dopo una estenuante trattativa con l'accompagnatore e le mille raccomandazioni effettuate dallo stesso, intorno alle 13:00, ci viene concesso di bagnarci. I più piccoli hanno paura dei "cavalloni" e rimangono nel bagnasciuga, i ragazzi invece che ritengono di saper nuotare o almeno di potersi tenere a galla, si spingono un po' oltre. Dopo qualche minuto Pier Luigi Serra invoca aiuto, il signor Boldrini, che è a pochi metri, con un paio di bracciate lo raggiunge e lo porta a riva; non fa in tempo a prendere fiato che sente le urla delle propria figlia Caterina, anche lei in difficoltà, e la porta fuori.
A quel punto viene ordinato a tutti di uscire dall'acqua e, mentre i più piccoli escono facilmente, quelli che si trovano a qualche metro di distanza a causa della risacca e delle correnti non riescono a farlo e in pochi minuti si consuma la tragedia.
In spiaggia oltre a noi non c'è nessun altro, alle urla accorrono alcuni muratori che stanno lavorando nel villaggio.
Nel frattempo il signor Boldrini ha recuperato Ignazio Ledda e lo ha riportato a riva; poi torna a dare una mano agli altri adulti che si prodigano in ogni modo per portare fuori i ragazzi, ormai in balia delle correnti.
All'improvviso anche il signor Boldrini esausto per la fatica, ma penso anche per la disperazione e per qualche malore sopraggiunto, annega!! Quando arrivano i soccorsi, si deve constatare che oltre a Boldrini sono annegati i due fratelli Ippolito, Paolo e Giuseppe, Gianni Corda, Palmiro Mallocci; risulta irreperibile Ignazio Ledda, che dopo essere stato portato a riva è stato evidentemente inghiottito dalla risacca. Infatti, nonostante le pronte ricerche, viene ritrovato solo due giorni dopo, in un fondale dello scoglio "Amisani", a pochi metri dal posto dove si è consumata la tragedia, da Italo Marroccu che stava pescando.
Intanto oltre agli operai che prestano i primi soccorsi, arriva il medico della colonia di Funtanazza con le bombole dell'ossigeno, che purtroppo non possono più servire; arriva anche l'ambulanza, i dirigenti, i medici della miniera, alcuni genitori dei ragazzi e le forze dell'ordine.
In tutto quel trambusto sono forti le urla di disperazione, gli ordini, la confusione, ma non mi è chiara la percezione della gravità della tragedia.
Certo, ho capito che qualcuno dei miei compagni è annegato ma quanti? Solo più tardi, a Montevecchio, dove siamo arrivati con l'ambulanza guidata dal Signor Bruno Piras la questione appare in tutta la sua tragica realtà; siamo una decina e ad aspettarci davanti al garage ci sono molte persone che chiedono notizie dell'uno e dell'altro, si parla di 2, 5, 10, morti ... ancora non è chiaro, la confusione è tanta!
Mi trovo solo, con mio fratello Gigi, non c'è nessuno dei nostri familiari ad attenderci, prendo la mia valigetta e la borsa di Palmiro, che qualcuno mi ha dato prima perché abitiamo vicini di casa ai Cameroni Rossi e mestamente ci avviamo verso casa.
Quando arriviamo vicino alla galleria de "Su Predi sconcau" incontriamo zia Annetta, la mamma di Palmiro, che ci chiede dove è il figlio, senza attendere risposta riconosce nella borsa le scarpe di Palmiro e intuisce la situazione; presa dalla disperazione di mamma corre verso lo "Spianamento".
La disperazione assale anche i miei genitori: non appena si sparge la voce della tragedia, mio padre inforca la sua motocicletta "Bianchi 125" e con mia madre nel sellino posteriore partono verso il mare, incontrano il pullman che torna dal mare, lo bloccano, chiedono notizie e qualcuno dei passeggeri dice loro che sono morti anche due fratelli di cui non sapevano il cognome ma erano parenti di una certa "Floris". Mia nonna si chiamava Floris, posso immaginare lo shock, credo che da quel momento sino ad arrivare a Gutturu e Flumini non abbiano proprio visto la strada. Quando finalmente, giunti sul posto, appurano la verità, tornano subito a casa dove possono finalmente riabbracciarci e coccolarci con dei lacrimoni che sembrano un fiume in piena.
Qualche ora dopo, a Montevecchio, viene allestita la camera ardente nell'androne della scuola elementare, cinque bare allineate, una grande, "ARTORIGE BOLDRINI" di anni 42, quattro più piccole "GIANNI CORDA" di anni 15, "PALMIRO MALLOCCI" di anni 12, "FRANCESCO PAOLO IPPOLITO" di anni 11 , "GIUSEPPE IPPOLITO" di anni 13 ; la sesta bara con la salma di "IGNAZIO LEDDA" di anni 14 verrà tumulata il giorno dopo.

Viene celebrato un funerale solenne officiato dal Vescovo Mons. Antonio Tedde, al quale partecipa oltre a tutta la comunità di Montevecchio anche molta gente dei comuni vicini, tanta è la commozione, il dolore, l'incredulità e la portata della tragedia, che neppure la miniera densa di trappole e pericoli aveva mai registrato in così vaste proporzioni.



Non ricordo se partecipai al funerale, né la disposizione delle bare nella camera ardente; non ricordo neanche se ci fosse Don Armando, che aveva certamente subito un grosso trauma.
Mia madre, non so se per precauzione o perché così si usava dopo un tale spavento o ancora perché mi vedeva terrorizzato, mi fece "affumentai" da una vicina di casa.
Intanto Don Armando, quando dopo qualche giorno ripresi ad andare a servire messa, volle sapere anche da me come si svolsero i fatti, mi ricordò quella corda che mi aveva dato e della quale io avevo completamente dimenticato l'esistenza ... e comunque credo che sarebbe servita a ben poco; mi trattenne in Sacristia recitò delle preghiere e mi benedisse 3 volte.
Nei giorni seguenti, quando l'eco della disgrazia cominciò a scemare, montò la polemica e si cercò di individuare le responsabilità:
- la gita avrebbe dovuto essere rimandata perché il tempo non era buono, il mare era mosso;
- gli accompagnatori erano troppo pochi e solo il Signor Boldrini sapeva nuotare;
- Don Gulizia non avrebbe dovuto permettere che si facesse la gita a Gutturu e Flumini, sarebbe stato meglio a Funtanazza;
- Don Armando, seppure non incolpato direttamente, si sentì in qualche modo responsabile dell'accaduto, io che lo vedevo tutti i giorni, mattina e pomeriggio, notai il cambiamento del suo umore, la tristezza del suo sguardo ed il peso che lo opprimeva, tanto che dopo un po' di tempo venne trasferito in "continente" portandosi appresso quel doloroso e pesante fardello; credo che sia stata una decisione concordata tra la direzione della Miniera ed il Vescovo.



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