Montevecchio è...
di Roberto Cadeddu, 1 marzo 2008
Montevecchio è la musica dello stormire delle fronde, quando le folate di vento accarezzano i pini.
E' il frinire delle cicale negli assolati meriggi estivi.
E' il garrulo merlo,
che intona l'assolo dal fitto intreccio del sottobosco.
E' l'inebriante profumo
dell'erica, quando una mano ne tormenta gli esili, ma tenaci rami.
E' il colore
della ginestra, è aroma di lavanda; quello avvolgente di terra bagnata, dopo
uno scroscio di pioggia…
Montevecchio è il ricordo struggente che non sfiorisce, in chi è vissuto in
quel magico mondo regolato dai ritmi della Miniera che riposa ormai da anni.
Mi chiedo talvolta se, in chi ancora vi abita, possa essere maggiore il piacere
dato dalla consapevolezza di godere della visione che tuttora oggi offre quella
manciata di case sparse in mezzo a pinete, querceti, macchia mediterranea e
cicatrici lasciate dalla mano dell'uomo alla ricerca di pregiati minerali, o
se maggiore è l'angustia, originata dal continuo stimolo all'insorgere di ricordi.
Mi riferisco alle sensazioni di quanti vi abitano, sì; ma vissero quantomeno
un significativo periodo di quella che fu l'epoca in cui Esso era un piccolo
e produttivo borgo: un piccolo cuore pulsante; una piccola realtà autarchica,
o quasi; un microcosmo in grado di offrire lavoro, pur col sacrificio insito
in esso, ma anche il dovuto ristoro per il corpo e per la mente.
So cosa rappresenta
per me: per i miei ricordi è un luogo lontano nel tempo e nello spazio. E' un
frequente rifiorire di immagini; di nomi e nomignoli, di volti e vicende che
il tempo in parte offusca, ma di cui il cuore conserva intatta l'essenza.
E so cosa mi regala ogni volta che ho occasione di tornarvi! Poche volte, invero,
poiché così vuole la vita.
Ma ogni volta che inizio a percorrere i primi chilometri
del nastro d'asfalto, che dalla lingua della piana sale fino al piccolo centro,
è un turbinio di ricordi rievocati dalla sequenza di curve che ben conosco:
piccoli fazzoletti di terra delimitati da muretti a secco, che resistono all'incuria
dell'uomo; antichi ulivi e macchie di cisto, lentischio, mirto, corbezzolo…
Pervasive essenze che si fondono nelle nari a risvegliare sopite emozioni, mentre
lo sguardo accarezza l'immutato profilo delle alture che delimitano l'orizzonte.
Lo scorrere di tali stimoli mi porta sovente ad una sorta di stato ipnotico
in cui mi scordo che una scelta di vita mi ha portato da anni a vivere nei pressi
di Ivrea. Sono stati mentali che durano poche frazioni di secondo, dai quali
mi risveglio con una punta di smarrimento, data dalla consapevolezza certa,
assoluta, di aver guidato per alcuni istanti, come seguendo la strada che portava
verso casa… la casa ove abitavo un tempo, come fosse quella la mia attuale casa!
Una scelta di vita, già…
E pensare che tanti anni fa, a Montevecchio, ebbi il
mio primo approccio con il fenomeno di cui oggi costituisco io stesso parte
della base statistica! Che anno poteva essere? Forse era il millenovecentosettantuno…
o settantadue, non oltre, credo… Anni della mia prima adolescenza, comunque.
La meglio gioventù di Montevecchio aveva deciso di portare in scena una rappresentazione
teatrale sul tema dell'Emigrazione; io suonicchiavo la chitarra da alcuni anni,
e così fui chiamato a far parte del cast. Avevo undici o dodici anni, non so,
e non mi pareva vero di essere stato scelto! Che emozione! Loro, i miei compagni
di scena, credo avessero tutti completato da tempo le superiori… Qualcuno, anche,
con la laurea in tasca.
Le prove: ci si ritrovava la sera sul palco del cinema teatro, e si andava avanti
fino all'ora di cena, o qualcosa in più, talvolta!
Ricordo bene dei nomi, ma sono certo che se provassi ad elencarli, ne scorderei
tanti. Ricordo certo Petronio, Don Petronio Floris, coordinatore di un gruppo
che non aveva certo bisogno di essere stimolato a dare di più. Ricordo Giorgio,
l'altra chitarra presente sul palco.
L'impegno di tutti era tangibile. Davamo
il meglio di noi stessi perché la rappresentazione potesse arrivare a offrire
la miglior espressività che l'argomento richiedeva. Quale poteva essere, fino
ad allora, la percezione dei temi sociali da parte di un dodicenne? Beh… Qualunque
essa fosse, crebbe moltissimo grazie a quell'esperienza. Mi resi conto allora
della potenzialità espressiva che può avere il testo di una canzone… E ricordo
Aldo, che talvolta, durante le pause, imbracciava la chitarra e suonava e cantava
canzoni di Fabrizio De Andrè: la conferma che non esistevano solo brani da 'classifica
dei venti 45 giri più venduti, presentata da Lelio Luttazzi'!
Il copione prevedeva che una voce fuori campo - e mi pare di ricordare che fosse
quella di Mario - introducesse l'argomento, fornendo dati oggettivi circa i
flussi migratori e sulla realtà sociale che veniva a crearsi nelle mete di tale
fenomeno. I suoi interventi fungevano poi da legante tra le testimonianze e
i brani cantati, opportunamente scelti. Le testimonianze erano racconti di vita
vissuta da persone che vivevano o avevano vissuto quel terribile dramma, lette
di volta in volta da diversi componenti, presenti sul palco. Mi pare di ricordare
Aldo, Renzo, Antonella, Annabruna…
Peraltro, Montevecchio rappresentava la platea ideale per quell'argomento! Per
quanto sia indubbio che l'ambito sociale non fosse benché minimamente paragonabile
alle realtà che venivano narrate nel corso della rappresentazione, il nostro
piccolo paese ospitava tante famiglie giunte dal Veneto, dalla Toscana e da
altre regioni d'Italia per questioni di lavoro…
La stessa ragione che ha spinto me, come tanti volti che ancora ricordo, ad
allontanarmi da quell'angolo di Paradiso. Oltre alla prima rappresentazione,
a Montevecchio, lo spettacolo ebbe una sola replica, a distanza di non ricordo
quanto tempo, ad Arbus, poi… poi la compagnia si sciolse, purtroppo, per motivi
che la mia tenera età ignorava completamente. Certo è che non offrivamo esattamente
panem et circenses. Non vestivamo lustrini, e probabilmente le gonne delle ragazze
non mostravano più del ginocchio. Le regole dello spettacolo vanno rispettate:
sono leggi di vita; non scritte, ma peggio… De facto.
Una mia scelta di vita mi ha quindi portato ad Ivrea, ironia della sorte! Ho
visto morire un'altra importante realtà produttiva. Ivrea era la città dell'informatica,
e ancora un cartello sull'autostrada che ne sfiora l'abitato riporta quella
dicitura, con tanto di stemma cittadino sullo sfondo marrone delle indicazioni
turistiche.
Ancora, da qualche parte, si legge il nome dell'azienda fiore all'occhiello
della tecnologia elettronica, che tra consociate estere, personale degli stabilimenti
di produzione in Italia, progettisti, tecnici e sistemisti vantava un organico
che superava le venticinquemila unità…
Ma questa è un'altra storia!